Archivio per la categoria 'prosa della memoria'

21
feb
09

Era un ganzo ‘ir mi babbo

 

Era un ganzo ir mi’ babbo
 
Lavorava a Firenze ed aveva a disposizione solo un giorno alla settimana per dedicarsi alla famiglia, a Bimbo suo figlio, ed Anna sua moglie. Non si dimenticava mai di loro, nemmeno quando era al lavoro circondato da tutte quelle belle figliole che gli giravano intorno al ristorante. Quando aveva il giorno libero, era sempre pronto a giocare con suo figlio oppure, in estate, caricava figlio e moglie sulla sua bella moto per portarli al mare. A volte accadeva che per giocare con il suo bimbo combinasse qualche guaio ed allora Anna si arrabbiava, ma chi ci andava sempre di mezzo era quel bimbetto dagli occhi azzurri come il padre e la madre.
 
Era un ganzo ir mi babbo
 
Quel giorno babbo e figliolo la combinarono grossa. Il babbo aveva portato alla sua cara moglie un servito di bicchieri di cristallo, quelli che si usavano per lo champagne. Si trattava di bicchieri che non erano più utilizzabili al ristorante, Anna li aveva lavati e puliti tutti, uno per uno, con grande cura per paura di romperli. Li aveva poi disposti tutti e ventiquattro in fila, rovesciati ad asciugare sul lavandino della cucina mentre il babbo e Bimbo giocavano con una palloncino. Era uno di quei palloncini che si compravano alle fiere e che aveva perso tutto il gas che lo faceva galleggiare in aria. Il babbo lo aveva gonfiato ed ora ci giocava con il figlio. Se lo tiravano l’un l’altro, un colpo lui, un colpo il bimbo ed il palloncino svolazzava da uno all’altro in mezzo alla cucina. Anna li guardava preoccupata e ogni tanto lanciava loro un avvertimento “Smettetela prima di combinare qualche guaio” Ma loro continuavano ed il babbo cercava di tranquillizzarla “Non ti preoccupare Anna, si gioca e basta non combiniamo niente”

Era un ganzo ‘ir mi babbo

Il palloncino svolazzava dal babbo al bimbo e viceversa fino a quando il bimbo lo colpì in un modo strano. Il palloncino volteggilò, si alzò in aria e si buttò a capofitto verso il piccolo esercito di bicchieri tutti ben disposti sul lavandino. Il babbo provò ad allungare un braccio per prenderlo al volo, ma non arrivò nemmeno a sfiorarlo. Il palloncino nella sua caduta libera si posò sul primo bicchiere della fila, il babbo ed il bimbo trattennero il fiato mentre Anna, osservando la scena, stava cambiando colore. Il bicchiere, appena sfiorato, cominciò ad oscillare un pò a destra, un pò a sinistra, un pò avanti, un pò indietro fino a quando s’inclinò verso il suo vicino. Fu un attimo. Il secondo bicchiere appena toccato s’inclinò subito mentre il primo andava in pezzi. La reazione era ormai stata innescata e ad uno ad uno i bicchieri cascavano come birilli andando ad urtare ognuno il proprio vicino e terminando la corsa frantumandosi sul lavandino. Fu una strage e non se ne salvò nemmeno uno.

Era un ganzo ‘ir mi babbo.

Anna era infuriata e il suo ricciolo d’oro, che di solito se ne stava a riposare in mezzo ai suoi capelli, si alzò all’improvviso per mostrare tutta la sua rabbia. Tentò di scaraventarsi verso bimbo con la mano alzata pronta a lasciare l’impronta delle cinque dita sulla guancia del bimbetto. Stava quasi per arrivare al suo obiettivo quando si trovò davanti il babbo che, sorridente, le fermava la mano. Lei sembrava infuriarsi maggiormente quando il babbo le stampò un bacio sulla bocca e mentre lei tentava di liberarsi da quella morsa che la teneva a freno … il babbo staccò le labbra da quelle della moglie e disse “Stai tranquilla, Anna, calmati … domani te ne porto altri 24 e tutti belli puliti .. e poi il bimbo non ha colpa .. sono stato io”. Lei lo guardò infuriata .. poi il ciuffo ribelle si abbassò, fece un bel sorriso e la mano a cinque dita si trasformò in una bella carezza sulla guancia del suo bimbo. Si voltò ed andò a pulire il lavandino.

Era un ganzo ‘ir mi babbo

19
feb
09

La colazione e … la molletta

 

Quei primi anni della sua vita trascorrevano sereni nella casa dei cari nonni in attesa del fine settimana quando i suoi genitori, liberi dal lavoro, dedicavano tutto il loro grande amore al proprio figlio. Le giornate erano sempre le stesse ma l’affetto del quale era circondato le rendevano piene di vita e mai noiose.
La mattina al risveglio si ritrovava insieme al nonno davanti a due tazze gigantesche piene di caffelatte preparate amorevolmente dalla nonna che era in piedi gia’ da qualche ora. Bimbo, mentre inzuppava i biscotti nella propria tazza, si incantava a guardare nonno Renato, che ai suoi occhi appariva come un gigante buono uscito da qualche favola di quelle frequentate da maghi, streghe e fate. Una specie di guerriero d’altri tempi. Il nonno si tagliava due enormi fette di pane di quello avanzato il giorno prima, che lui chiamava “posato”. “C’è il pane posato ?” Chiedeva sempre alla nonna. Lui non amava il pane fersco perchè diceva che era diffifile da digerire. Poi con le sue enormi mani spezzettava il pane e lo metteva nella tazza, dando vita ad una vera e propria zuppa di caffelatte. Sguainava quindi un enorme cucchiaio e iniziava a mangiare.
Tutto sembrava gigantesco agli occhi di Bimbo, anche la voracità con la quale il nonno affrontava la zuppa e la mangiava in pochi minuti. A volte rimaneva incantato con il biscotto in mano, la bocca aperta, ad osservare il gigantesco nonno che brandiva la sua spada luccicante, il cucchiaio, la immergeva nella tazza per farla venire fuori stracolma di pane inzuppato nel caffelatte. Era allora che Gerbina lo risvegliava da quell’incantesimo, con un dolce scappellotto “Su Bimbo che fai tardi all’asilo”. Di soprassalto Bimbo riprendeva a mangiare per finire il più in fretta possibile.
Poi arrivava il momento più temuto di tutta la giornata: prima di uscire la nonna prendeva in mano il pettine e la molletta, due strumenti di tortura, per tentare di sistemargli i capelli come lei riteneva più opportuno. Capelli lisci che mal si adattavano a qualsiasi tipo di piega che la nonna volesse dare loro. Dopo qualche minuto di lotta impari, di acqua spruzzata sui capelli, di qualche passata di brillantina, Gerbina inforcava la molletta e .. zac .. con una mossa rapida incatenava quel ciuffo ribelle raccolto da un lato.
Soddisfatta gli sistemava il grembiulino, gli porgeva il panierino con il pranzo e guardava Renato e Bimbo che tenendosi per mano uscivano di casa.

15
feb
09

Le mie amiche penne

Sono le 7.30 del mattino e inizia a serpeggiare l’agitazione fra le penne che hanno trascorso la notte sul mio tavolo. Le più temerarie attendono con ansia il mio arrivo, le più tranquille e riservate sono assalite da un’ansia sempre più intensa dopo una notte insonne. Quale sarà il loro destino nella nuova giornata di lavoro che sta per iniziare ?. Rimanere abbandonate nella loro posizione per un altro giorno, finire su qualche altro tavolo e fare conoscenza con altre colleghe penne meno sventurate di loro, oppure, la fine più temuta da tutte, terminare in una borsa nel buio più completo per non si sa quanto tempo. Alcune di loro hanno già vissuto qualcuna di queste esperienze, altre invece le conoscono dai racconti delle compagne di avventura o di sventura, tutte sono comunque consapevoli che sta per iniziare una nuova giornata di tensione.

Sto entrando nel mio ufficio e loro, le penne, ovunque si trovino sulla mia scrivania sembrano prendere vita. Sanno benissimo che fino a che la segretaria non porterà il fascicolo di carte da firmare la giornata sarà tranquilla, ma quando Betty entrerà da quella porta inizieranno le danze.

E’ da quel momento che le più temerarie fanno di tutto per mettersi in vista nella speranza di essere scelte per il rito della firma. Al contrario il gruppetto delle riservate si comporta come facevo a scuola da ragazzino per scampare alla interrogazione. Tentavo di nascondermi dietro la testa del compagno che sedeva davanti a me e che immancabilmente aveva la testa troppo piccola per impedire alla prof. di vedermi. Con i miei esercizi da contorsionista per scomparire dalla vista dell’insegnante finivo quasi sempre per essere notato e nella migliore della ipotesi rimproverato, peggio ancora interrogato. Le penne timide si comportano nello stesso modo. Si spingono l’una contro l’altra, si rotolano nel tentativo di finire sotto uno degli innumerevoli fogli di carta che occupano il mio tavolo. Ma questi foglietti, così come la testa del mio compagno di scuola, sono troppo piccoli per nasconderle e finisce che è quasi sempre una di loro ad arrivare fra le mie mani.

La penna sventurata sa che il suo lavoro sta per iniziare senza sapere, però, quale sarà il suo destino. Potrei alzarmi nel bel mezzo dell’operazione e portare con me la compagna di lavoro per poi abbandonarla sul tavolo di un collega. Potrei terminare di apporre la mia firma sulla pila di scartoffie e riporre la penna, non so esattamente perché, dentro la mia borsa e lì dimenticarla chissà per quanto tempo. Potrebbe finire in qualche altra parte della scrivania a soffrire per poi riprovare la stessa ansia nei giorni a seguire. Se la penna è una fortunata come il mitico Gastone cugino di Peperino, potrebbe finire la sua corsa addirittura a casa mia e starsene tranquilla a godersi la vita oppure sulla scrivania di Betty ed allora il suo futuro è assicurato. Una volta che una penna finisce sul suo tavolo, non lei la molla più. Quando capita per esempio che il mio tavolo rimane sprovvisto di penne, Betty arriva e ne porta una delle sue, ma non le molla gli occhi di dosso fino a quando non ho finito il mio lavoro. Allora lei svelta, mentre io tento di nascondere la penna da qualche parte, mi blocca la mano ed immediatamente capisco che quella è una sua penna.

E’ per questo motivo che il gruppo delle più temerarie, pervase da uno spirito indomito di avventura, sperano di essere loro le prescelte e ogni mattina fanno a gara per mettersi in evidenza: potrebbe essere l’inizio di una avventura dall’epilogo imprevedibile

02
feb
09

La festa nella festa

Quando nonna Gerbina la domenica, appena alzata, metteva le patate a lessare, nessuno si preoccupava. Le patate lesse erano considerate una vera e propria tragedia. Mio padre e mio nonno ne avevano mangiate a quintali negli anni della guerra ed i loro racconti le avevano fatte diventare indigeste a tutta la famiglia. Ma la nonna che lessava le patate la domenica mattina era una festa nella festa, quella sarebbe stata una domenica speciale.

Aspettavo con trepidazione la fine della cottura. La nonna non diceva niente ma sapevo che avrebbe avuto bisogno di me. E quel momento sarebbe presto arrivato. Seguivo Gerbina in tutti i suoi movimenti cercando di non intralciarla. Una volta cotte, le patate dovevano raffreddare ed io, di nascosto, ci soffiavo sopra per accelerare i tempi. Quando Gerbina brandiva finalmente il coltello, quello era il segnale che la parte più noiosa di tutte le operazioni era terminata. Il mio lavoro stava per iniziare. Prendevo il passatutto e macinavo le patate ad una ad una.

Finita questa prima fase la nonna diventava di nuovo la protagonista assoluta della mattinata. Era il momento più delicato: quello della preparazione dell’impasto. Le sue mani fragili, affusolate e molto piccole lavoravano con un’energia inaspettata. Io osservavo con apprensione, il cuore che accelerava ad ogni giro della pasta, mentre le sue dita sembravano spezzarsi da un momento all’altro. L’impasto invece prendeva lentamente forma, diventava omogeneo, si ammorbidiva al punto giusto. Trascorsi 10 minuti che sembravano un’eternità, l’impasto era finalmente pronto. Solo allora riprendevo a respirare regolarmente. La nonna, che aveva avvertito la mia tensione, si avvicinava e mi lasciava una carezza sulla guancia.

Era arrivato finalmente il momento in cui i topini avrebbero preso vita. Ancora una volta io e la nonna lavoravamo in perfetta sintonia. Lei prendeva un pezzo di impasto, lo modellava formando una specie di serpentello, lo tagliava a tocchettini e lasciava a me la magia finale. Prendevo ogni singolo pezzetto e spingendo un dito nel centro ottenevo la classica forma. Poi adagiavo uno per uno i topini ormai pronti sulla tavola di legno. Alla fine, entrambi soddisfatti, guardavamo compiaciuti il risultato del nostro lavoro.

A pranzo avrei ricevuto gli immancabili complimenti di nonna Gerbina e le sue affettuose parole, davanti a tutta la famiglia, sarebbero state per me la vera festa.




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